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<p><strong>2018 – India – Odisha - Rayagada</strong></p>
<p><strong>Appunti di viaggio</strong></p>
<p>Brevi memorie fotografiche di un viaggiatore che nel corso di alcuni dei suoi viaggi ha incontrato uomini sul cui volto e nelle cui storie ha intravisto una bellezza che esige di essere narrata.</p>
<p>Ci sono volti e sguardi dai quali traspare naturalmente l’appartenenza a tradizioni e culture che affondano le proprie radici nei secoli, nei millenni: una appartenenza che dà forma al loro corpo, attraverso tatuaggi e disegni, scarificazioni e cicatrici ornamentali, perforazioni e mutilazioni, che lo vestono, tramite monili e stoffe dai mille colori, che lo plasmano facendo di esso una espressione identitaria del legame profondo e inscindibile con la propria comunità.</p>
<p>Per il nostro pensiero “occidentale”, che ci porta sempre più a concepire la persona come una monade isolata ed autoconsistente, legata agli altri esclusivamente da un patto di relazione sociale che detta semplicemente le regole e le modalità della convivenza, questa forma identitaria che coniuga forma e sostanza appare incomprensibile o al più una effimera manifestazione folkloristica e rituale.</p>
<p>Per gustare il fascino e la bellezza di incontri come questi, dove il termine bellezza esprime un’imprescindibile unità estetica ed etica, occorre che prima ci spogliamo delle nostre certezze, lasciando che la realtà umana nelle sue diverse espressioni ci stupisca con tutta la sua infinita creatività, che va ben al di là della nostra capacità di comprensione.</p>
<p><em> </em><em>“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.”</em></p> <p><strong>2018 – Etiopia – Harar</strong></p>
<p><strong>Harar</strong>, enclave musulmana nel cuore dell’Etiopia cristiana, importante snodo commerciale tra Addis Abeba e Gibuti, è certamente una delle città più seducenti dell’intero Corno d’Africa.</p>
<p>Città santa dell’Islam arroccata sull’altipiano a 1885 metri di altitudine e dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità dal 2004, Harar affascina i visitatori che percorrono i suoi vicoli tortuosi dai muri variopinti e visitano i suoi pittoreschi mercati delle spezie e del qat, la potente anfetamina naturale diffusissima nella regione. Uno spettacolo di suoni, colori, odori pungenti e profumi ammalianti che determinano la magica atmosfera che si respira all’interno delle sue mura.</p>
<p>Conosciuta come La <strong>Città Proibita</strong>, fino al 1885 i non musulmani non erano ammessi all’interno delle mura.</p> <b>2019 – Etiopia – Villaggio Bargoba (popolazione Surma)</b><br /><br />

Tra le “Montagne della Luna”, nel sud dell’Etiopia, appartata sulle alture a ovest del corso inferiore del fiume Omo, vive la tribù dei Surma che ha conservato sino ad oggi intatti, in maniera straordinaria, le proprie tradizioni e il loro stile di vita. Questo grazie al totale isolamento geografico in cui hanno sempre vissuto (sino a pochi anni fa non vi erano neppure piste sterrate sicure) ed all’ostilità tradizionalmente intrattenuta con le tribù limitrofe.

La pittura corporea
Gli appartenenti a questa tribù amano dipingere il proprio corpo, decorandolo con vivaci effetti artistici. 
Non servono occasioni particolari: punto di ritrovo è il fiume, dove mescolano con l’acqua i pigmenti della Rift Valley dipingendosi poi rapidamente. Per ornarsi i Surma utilizzano ciò che offre loro la natura: dai pigmenti ai frutti ai rami, tutto può diventare un meraviglioso accessorio. Servendosi di gesso mescolato ad acqua, creano numerosi e diversi motivi a forma di vortici, strisce, fiori, stelle ed altri ancora, tutti apprezzati unicamente per la loro bellezza. 
E così il “vestito” viene tracciato sui corpi che diventano espressione rituale, sui volti per dare peso ad un momento triste o di grande importanza o per manifestare il proprio rango sociale in riti e feste: per questi uomini la pittura rappresenta però soprattutto un segno di appartenenza alla propria tribù.
<p><strong>2016 – India –Uttar Pradesh - Faizabad</strong></p> <p><strong>2016 – India –Uttar Pradesh - Faizabad</strong></p> <p><strong>2018 – India – Odisha - Rayagada</strong></p>
<p>Dell’oltre un miliardo e 400 milioni di abitanti presenti nel subcontinente indiano, il 6% circa vive ancora a livello tribale nelle aree inaccessibili pre-himalayane dell’Arunachal Pradesh e nelle foreste interne dello stato di Odisha, situato nell’India centro orientale.</p>
<p>In Odisha esiste la più alta concentrazione di “<em>adivasi</em>” (tribali) di tutta l’India: sessantadue tribù di origine dravidica, etnia originaria delle popolazioni indiane, che si rifugiarono nella jungla impenetrabile per sfuggire all’avanzata delle popolazioni Arya, che attorno al 1800 – 1600 a.C. arrivarono dall’Asia Minore sulle sponde dell’Indo ed invasero il subcontinente indiano.</p>
<p>Le tribù di Odisha sopravvivono isolate dal resto del mondo, legate a usanze e strutture sociali della cultura tribale (clan con discendenza patrilineare) precedenti all’invasione ariana, tramandate per via orale nel corso di lunghi secoli.</p>
<p>Molto diverse tra loro, le tribù hanno tradizioni e attività spesso in contrasto, abitano aree circoscritte nella foresta e vivono in capanne di fango e paglia, praticando culti animisti legati ad antichi avi, agli animali, ai corsi d’acqua e agli alberi; presso tutti i villaggi esiste un altare su cui vengono riposte figure totemiche ed officiati i riti delle credenze tribali.</p>
<p>Ogni villaggio adotta un suo dialetto e gli abitanti si adornano con tatuaggi, orecchini collane e abiti, che segnano l’appartenenza alla tribù ed evidenziano lo stato sociale.</p> <p><strong>2018 –– India - Gopalpur, Odisha</strong></p>
<p>In lingua locale Odisha, più conosciuta come Orissa: è uno stato costiero orientale dell’India che si affaccia sul Golfo del Bengala.</p>
<p>L’Orissa è sacra e speciale per il suo ricco patrimonio culturale e religioso, gli imponenti templi, le splendide feste, gli antichi edifici architettonici, ma anche per le sue bellezze naturali uniche. Le coste dell’Orissa si estendono a est del Golfo del Bengala per 485 km, alcune località come la spiaggia di Puri e la spiaggia di Gopalpur sono considerate tra la più belle di tutta l’India.</p>
<p><strong>Gopalpur</strong> è un villaggio di pescatori, che riescono a svolgere la loro attività quotidiana solo grazie alla partecipazione dell’intera comunità: l’assenza di moli o porti, i bassi fondali di sabbia, l’impetuosità che caratterizza le onde con cui le acque dell’oceano Indiano si infrangono su queste costa del golfo del Bengala, impedirebbero ai singoli pescatori all’alba di prendere il largo, così come impedirebbero loro di tornare a riva la sera e mettere in sicurezza le barche al ritorno dalla pesca.</p>
<p>Solo la solidarietà e la condivisione dello sforzo da parte dell’intera comunità consentono di far fronte e superare questi ostacoli naturali, garantendo ricche pesche di piccoli tonni, che le donne poi si fanno carico di trasportare faticosamente dalla spiaggia al villaggio, con catini tenuti in equilibrio sulla testa.</p> <p><strong>2018 –– India - Gopalpur, Odisha</strong></p>
<p><strong>2018 –– India - Gopalpur, Odisha</strong></p>
<p><strong>2018 –– India - Gopalpur, Odisha</strong></p>
<p><strong>2018 –– India - Gopalpur, Odisha</strong></p>
<p><strong>2018 –– India - Gopalpur, Odisha</strong></p>
<p><strong>2019 ––Benin – Natitingou – (popolazione Somba)</strong></p>
<p>I <strong>Somba</strong>, popolazione del Benin, si possono riconoscere per la presenza di scarificazioni sul volto e su altre parti del corpo. La scarificazione ha lo scopo di iniziare la persona alla vita adulta, dimostrando coraggio, oltre che identificare la tribù di appartenenza o la famiglia, e viene praticata sia agli uomini sia alle donne. Normalmente viene scarificato il volto, il ventre e la schiena.</p>
<p>I simboli tracciati all’atto della scarificazione esprimono l’appartenenza ad uno specifico clan: in tal senso spesso la facciata in argilla dei castelli dove vive il clan mostrano disegni simili a quelli sul volto e sul ventre delle persone ottenuti con il rito della scarificazione.</p>
<p>La <strong>scarificazione</strong> è un intervento effettuato sulla cute creando artatamente delle <strong>cicatrici decorative</strong>, collegata a molte motivazioni. Praticata quasi esclusivamente da etnie africane (l'eccezione è costituita da alcune sparute popolazioni in Papua Nuova Guinea), nella maggior parte dei casi coincide col rito iniziatico del passaggio dall'infanzia all'età adulta. Molto importante è che il soggetto sottoposto a questa pratica molto dolorosa, e che può far perdere sangue in abbondanza, sopporti le incisioni in stoico silenzio. La sofferenza è un elemento fondamentale della cerimonia, in quanto dimostra il coraggio e il valore del ragazzo che entra nell'età adulta.</p>
<p>In pratica si incide la pelle con strumenti affilati che possono essere coltelli, rasoi, conchiglie o, più recentemente, lamette da barba allo scopo di produrre cicatrici. Queste vengono poi sfregate con varie polveri per far sì che la ferita si cicatrizzi “in rilievo”. Le decorazioni, di norma con stilemi diversi per ogni popolo, sono più che altro di tipo geometrico e possono occupare interi toraci, intere schiene o il volto.</p>
<p><strong>2016 –– India – Uttar Pradesh – Benares (Varanasi) – Diwali Festa delle luci</strong></p>
<p>Benares è una città magnifica che si sviluppa sulla riva occidentale del fiume Gange, dove il fiume curva a mezzaluna verso nord. Poche cose al mondo possono essere comparabili allo splendore di Benares, vista dalle acque del fiume Gange, all’alba: i raggi del sole mattutino incendiano il fiume e le facciate di questa città che gli hindu chiamano <strong>Kashi: la Luminosa, la Città di luce</strong>.</p>
<p>Il <strong>Diwali</strong> è una festa induista tra le più antiche e celebrate dell’India.</p>
<p>Il Diwali è conosciuta anche come la <strong>Festa delle Luci</strong>. Nei giorni della festa la tradizione vuole che vengano accesi candele, lumini e lampade a olio che andranno a illuminare il Gange (la Ganga è la divinità femminile hindu che incarna il fiume Gange), per celebrare la vittoria del bene sul male, della luce sull’oscurità.</p>
<p>La storia narrata nel Ramayana, il poema epico più antico che si conosca, racconta del ritorno del re Rama, dopo quattordici anni di esilio e peregrinazioni. Durante il suo peregrinare aveva sconfitto, insieme al fratello Lakshmana e al suo esercito di scimmie, il re di Lanka Ravana e i suoi demoni Rakshasa.</p>
<p>Visto che Rama era la settima manifestazione terrena di Vishnu, Diwali celebra il ritorno della “luce” della divinità nella sua casa di origine. Simbolicamente, la vittoria del bene sul male, della ragione sull’ignoranza, della luce sulle tenebre.</p> <p><strong>2016 –– India – Gujarat – Rabari people area</strong></p>
<p>Nel Gujarat, regione dell’est indiano ai confini con il Pakistan, abitano i Rabari.</p>
<p>Anticamente allevatori di cammelli, oggi i Rabari migrano in piccoli gruppi composti da poche famiglie, le greggi e alcuni dromedari necessari per il carico e il trasporto delle masserizie.</p>
<p>Le loro rotte annuali li portano a penetrare all'interno di un tessuto ambientale ormai sempre più antropizzato, urbanizzato e industrializzato, che li costringe ad un frequente attraversamento dei trafficati assi stradali e ad accamparsi al bordo delle stesse strade.</p>
<p>Nel buio assoluto della notte in cui sono immersi gli accampamenti, l’unica fonte di luce sono i fuochi intorno ai quali si raccoglie l’intero gruppo.</p> <p><strong>2019 ––Togo - Sokodé</strong></p> <p><strong>2019 – Etiopia – Kibbish (popolazione Surma)</strong></p>
<p>Tra le “<em>Montagne della Luna</em>”, nel sud dell’Etiopia, appartata sulle alture a ovest del corso inferiore del fiume Omo, vive la tribù dei Surma, popolazione di origine nilotica.</p>
<p>La necessità di sopravvivere in un territorio così aspro, dove la ricerca di pascoli per il bestiame è essenziale per la vita stessa dell’intera comunità, ha comportato che queste piccole tribù siano rimaste intimamente legate alla propria identità di clan, impedendo fusioni culturali con le vicine etnie dei Nyangatom (o Bume), e dei Mursi, quest’ultimi stanziati nella Bassa Valle dell’Omo.</p>
<p>Il <strong>pasto del sangue</strong> è un rito tradizionale dei Surma: alcuni giovani immobilizzano un bue o una mucca, mentre un ragazzo stringe un cordone intorno al collo dell’animale in modo da mettere in evidenza le vene ed un altro, armato di arco e freccia, presa la mira, scaglia con precisione il dardo praticando un piccolo foro nella giugulare.</p>
<p>Una volta estratta la freccia il sangue, che esce a zampilli, viene immediatamente raccolto in una zucca svuotata.</p>
<p>Viene prelevato solo quello necessario a nutrire i presenti, per non indebolire inutilmente il bestiame, e non ne verrà sprecata neppure una goccia.</p>
<p>Con un impasto di sterco e fango viene tamponata la ferita dell’animale perché smetta di sanguinare e poi viene liberato.</p>
<p>Tradizionalmente, lo scopo primario del pasto era l’integrazione della dieta quotidiana dei giovani Surma che nella stagione secca erano costretti a pascolare gli animali lontano dal villaggio, rimanendo isolati anche per settimane durante le quali si cibavano solo di verdure e prodotti del bosco.</p>
<p>La dieta dei Surma, integrata da mais e sorgo, è basata principalmente su latte e sangue di vacca: i ragazzi bevono sangue per crescere, gli uomini per acquistare forza.</p>
<p>Alla base di questo rito vi è comunque un profondo rispetto nei confronti dell’animale, da parte dell’intera tribù, che è considerato un’importante fonte di ricchezza e che pertanto non dovrà per alcuna ragione essere ucciso. Il bestiame governa la vita quotidiana, l’economia e la stessa società: ad esempio grazie alla dote in bovini delle sorelle, i maschi potranno a loro volta sposarsi e il clan si organizza in funzione delle continue razzie subite o inflitte.</p> <p><strong>2019 – Etiopia – Kibbish (popolazione Surma)</strong></p>
<p><strong>2019 – Etiopia – Kibbish (popolazione Surma)</strong></p>
<p><strong>2019 – Etiopia – Kibbish (popolazione Surma)</strong></p>
<p><strong>2016 –– India – Gujarat – Rabari people area</strong></p>
<p>Il Gujarat ha una forte presenza tribale: oltre il 20 % della popolazione appartiene a etnie minori.</p>
<p>Fra tutte spiccano i nomadi, e tra i nomadi i Rabari, dediti alla pastorizia ed all’allevamento di ovini e cammelli. Il loro nomadismo è legato alla transumanza: si spostano su lunghe distanze, tra il Gujarat e il Rajastan, alla ricerca dei pascoli migliori. Tornano al loro villaggio una volta all’anno e si guadagnano da vivere vendendo latte. In passato erano completamente nomadi ora sono semi-nomadi, spostandosi dal loro villaggio secondo le stagioni.</p>
<p>La parola “Rabari” si traduce come “<em>estranei</em>”, una descrizione equa della loro principale occupazione e del loro status all’interno della società indiana.</p>
<p>Una leggenda racconta il mito della loro creazione.</p>
<p><em>Mentre il dio Shiva meditava tra le montagne dell’Himalaya, Parvati, sua sposa, nell’attesa passava il tempo sulle rive del fiume, facendo il bagno e giocando con la sabbia. Un giorno creò due figure: una forma umana e qualcosa che assomigliava ad un animale a cinque zampe. Quando Shiva ritornò, Parvati gli chiese di dar vita alle sue sculture, ma poiché egli si rese conto che l’animale così com’era stato modellato non avrebbe mai potuto muoversi, spostò la zampa centrale verso l’alto del corpo. Ebbe origine così il cammello con la sua gobba. Shiva decise poi che quell’uomo, sarebbe stato per sempre il guardiano dell’animale.</em></p>
<p>Poiché fu il dio Shiva a creare il primo uomo e il primo cammello decidendo la loro coesistenza nel tempo, i Rabari si considerano discendenti di un’unione divina: questo spiega perché mantenere e assistere gli animali è considerato un’occupazione quasi sacra dai Rabari, che si considerano i custodi delle loro mandrie piuttosto che i loro proprietari.</p>
<p><strong>2017 ––India -Uttar Pradesh – Mathura - Holi Festival</strong></p>
<p>L’Holi Festival commemora la vittoria del bene sul male, in particolare il rogo e la distruzione di un demone femmina, un’orchessa di nome Holika.</p>
<p><em>Suo nipote, Prahlad, era il figlio del Re dei demoni Hiranyakashipu: questi non sopportava che il proprio figlio venerasse il dio Vishnu più del suo stesso padre e per questo affronto lo punì con castighi atroci. Per finirlo definitivamente, la sorella del re, Holika, vestita di un mantello protettivo, tentò di uccidere Prahlad gettandosi nel fuoco insieme al nipote; il mantello invece protesse Prahlad, avvolgendo nelle fiamme la zia cattiva. Da questa leggenda, nasce la tradizione del fuoco di Holika che si celebra la notte prima di Holi: le famiglie indiane accendono dei piccoli falò chiamati Holi ka Dahan, a simboleggiare la vittoria del Bene sul Male, mentre decine di guru praticano il rito del camminare sulle braci per dimostrare di essere dalla parte delle divinità benevole. </em></p>
<p>Dopo le fiamme arrivano i colori: il giorno successivo è il vero e proprio Holi Day.</p>
<p>Migliaia di persone inondano piazze, luoghi di culto, vie della città vecchia per cantare, danzare e contemporaneamente affrontare una vera e propria battaglia pacifica a colpi di ciprie colorate, tinture e qualsiasi cosa possa macchiare corpi e visi. Questa esplosione di gioia richiama i festeggiamenti per la sconfitta di Holika, ma l’uso delle polveri colorate è legato a Krishna, una divinità importante nel pantheon religioso indù, che a <strong>Mathura</strong> nacque nel Luglio del 3227 a.C.</p>
<p>La grande storia di amore di Krishna e Radha nacque e crebbe nella periferia di Mathura: innamorato della bella Radha, dalla pelle candida e amareggiato per il colore scuro della propria pelle, Krishna decise di dipingersi il volto di tanti colori per rendersi più attraente e conquistarla. Il festival celebra l'amore di Krishna per Radha, bellissima gopi, pastorella del villaggio di V?ndavana che diverrà compagna eterna del dio.</p> <p><strong>2023 ––India -Nagaland - Mon</strong></p>
<p>Nei remoti villaggi del distretto di Mon in Nagaland, al confine con il Myanmar, è ancora possibile vedere un’eterogenea banda di vecchi ex guerrieri. Sono un club molto ristretto di anziani dai tatuaggi sbiaditi e con corna di animali infilati nei lobi delle orecchie, dalle espressioni a tratti orgogliose e a tratti malinconiche. Sembrano anche abbastanza gentili, ma i tatuaggi sul viso rivelano una verità più oscura: una volta erano i temibili cacciatori di teste della tribù Konyak.</p>
<p>Tatuaggi rituali, il mito totemico, il culto della conservazione dei crani dei nemici, i riti di iniziazione, gli spiriti evocati con l’aiuto dell’oppio. Popoli guerrieri, popoli fieri, popoli considerati tra gli ultimi cacciatori di teste.</p>
<p>Il Nagaland trasuda fascino: un vecchio mondo, un patrimonio culturale destinato a perdersi nell’arco di una decina d’anni. Questi uomini sono gli ultimi testimoni di questa tradizione che, quando moriranno, se ne andrà per sempre.</p> <p><strong>2019 ––India -Uttar Pradesh - Prayagraj (già Hallahbad) – Kumbh Mela </strong></p>
<p>Il <strong>Kumbh Mela</strong> è la più grande festa religiosa al mondo, si tratta del pellegrinaggio compiuto da oltre 100 milioni di indù presso un fiume sacro.</p>
<p>Kumbh significa vaso o brocca, mentre Mela significa festa o fiera. Quindi, il Kumbh Mela, letteralmente, è il Festival del piatto.</p>
<p>Il nome si riferisce in particolare al piatto di nettare della mitologia indù. La leggenda narra che gli dèi una volta persero la loro forza e, per riconquistarla, chiesero l'aiuto di Brahma e Shiva. Essi, a loro volta, suggerirono l'aiuto di Vishnu, che ordinò di agitare gli oceani per ottenere l'acqua della vita eterna, l'amrita. Per questo, i Deva (gli dèi) dovettero accordarsi con i demoni nemici, gli asura, con la promessa di spartirsi i benefici dell'azione. Essi accettarono ma, quando l'urna contenente l'amrita apparve, si verificarono ben 12 giorni e 12 notti di lotta tra le due fazioni, corrispondenti a 12 anni umani. Durante la battaglia, Vishnu scappò con il contenitore conteso, che perse alcune gocce in quattro luoghi della terra: Allahabad (Prayagraj), Haridwar, Ujjain e Nashik.</p>
<p>Per questo in ciascuno di questi quattro luoghi, che sono i più sacri dell'India, ogni dodici anni (in memoria della durata della battaglia), si svolge un Kumbh Mela: di fatto la festa si celebra quindi ogni tre anni, alternandosi a rotazione in queste quattro città</p>
<p><strong> </strong><strong>Prayagrj</strong> (Allahabad al tempo della dominazione musulmana) sorge sulla riva destra del Gange, presso la confluenza con lo Yamuna: il luogo della confluenza si chiama Tribeni ed implica l’esistenza di un terzo fiume oltre il Gange e lo Yumana, il Saraswati (fiume mitico, inesistente): tra il 15 gennaio ed il 5 marzo 2019 hanno partecipato al Kumbh Mela di Prayag oltre 130 milioni di pellegrini.</p>
<p>Il principale evento della festa del Kumbh mela, che si svolge nell’arco di due mesi consentendo il pellegrinaggio di decine di milioni di pellegrini, è il “<strong>bagno dell’imperatore</strong>”, quando gli akhara (gli asceti), specialmente naga (sadhu che vivono nudi, coperti di cenere raccolta nei luoghi delle cremazioni), formano una processione per scendere in acqua nel punto giusto del fiume, al momento giusto, quando il divino influsso dei pianeti è più favorevole.</p>
<p>Dopo il rituale del bagno i pellegrini indossano abiti puliti e continuano ad offrire preghiere ed omaggi alle divinità dalla riva del fiume. I naga baba, si limitano a rinnovare la cenere cospargendola sul proprio corpo nudo e bagnato.</p>
<p>Poter partecipare a questi momenti è una esperienza unica ed indimenticabile, sia dal punto di vista umano sia da quello spirituale.</p> <p><strong>2018 – Etiopia – Konso</strong></p> <p><strong>2018 – Etiopia – Harar</strong></p>
<p>Harar, la <strong>città proibita</strong>, la quarta città santa più importante nel mondo musulmano, dopo Mecca, Medina e Gerusalemme, e centro di tradizioni islamiche che racconta una Etiopia differente, come se già l’Etiopia con le sue 83 lingue, 230 dialetti e le numerose etnie non abbiano reso abbastanza chiaro questo concetto.</p>
<p>Harar è affascinante con le sue vie tortuose e labirintiche dai muri colorati, dipinti di fucsia, rosso e verde menta, e con i suoi edifici di architettura indiana: è ammaliante lasciarsi condurre dal profumo delle spezie, reso più intenso dal sole infuocato.</p> <p><strong>2016 –– India – Uttar Pradesh – Benares (Varanasi)</strong></p>
<p>Come scriveva Mark Twain “<em>Benares è più vecchia della storia, più vecchia della tradizione, più della leggenda e sembra due volte più antica di tutto questo messo insieme</em>”.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Varanasi</strong>, o Benares come anticamente si chiamava, è una delle città più antiche dell’India, forse addirittura la città abitata più antica del mondo. Conosciuta come la città di Lord Shiva, il dio della creazione e della distruzione.</p>
<p>Molti pellegrini arrivano sin qui quando pensano di essere prossimi alla morte, così da essere cremati e le ceneri sparse nel Gange. Morire a Benares vuol dire interrompere per sempre il faticoso ciclo delle rinascite: significa ricongiungersi finalmente all’Assoluto. Perché Benares è anche e soprattutto la città della morte.</p>
<p>In genere, nelle città indiane, il crematorio si trova fuori città ed è considerato un posto impuro. A Benares invece i morti si cremano sul fiume, in pieno centro, e Manikarnika Ghat, il principale Ghat delle cremazioni, è considerato uno dei luoghi più sacri della città. Qui, la morte è semplicemente un altro aspetto dell’esistenza. Accanto alle pire funebri, poco più in là, i bambini giocano sereni, i lavandai lavano la biancheria nel Gange e la stendono ad asciugare sui Ghat. Il sole splende, e la gente passa senza volgere lo sguardo o turbarsi attraversando crocchi di gente in lutto accanto alle pire funebri.</p>
<p>Benares, come la chiamano i suoi abitanti, Varanasi, come la chiama il governo o Kashi, come la chiamano i bramini, è una città unica nel suo genere, che racchiude e dilata fino al parossismo tutte le contraddizioni, le bellezze e le brutture dell’India di ieri e di oggi. Un posto che sfugge a ogni definizione e a ogni tentativo di descrizione.</p>
<p>Benares appare oggi agli occhi dei viaggiatori esattamente come veniva descritta nelle più antiche cronache di viaggio conosciute: rumorosa, confusionaria, sporca, cadente eppure, nonostante questo, dotata di un fascino inspiegabile e arcano. Un luogo che si può detestare o amare perdutamente, ma che non lascia mai, proprio mai indifferenti. A Benares, il tempo scorre in modo diverso: o forse, semplicemente, ha cessato di scorrere. A Benares nulla è semplice, niente è come appare.</p>
<p>La città è costruita in modo da guardare il sole che sorge: sull’altra sponda del fiume, ci sono soltanto canneti e campi coltivati. Il suo nucleo più antico si sviluppa lungo la riva occidentale del Gange: e il fiume, con le sue gradinate, è parte integrante e cuore della città. Sulle rive del fiume si prega, ci si lava, si celebrano riti matrimoniali o funebri, si gioca, si lavora o semplicemente si guarda l’acqua scorrere e la gente andare e venire. Con la sacra acqua del Gange si lavano gli dèi nel tempio e si fanno offerte di fiori e frutta a Ganga, la dea del fiume. Nel Gange si gettano le statue degli dèi dopo i festeggiamenti, i cadaveri dei bambini e dei santi, che non debbono essere cremati, e le ceneri dei defunti.</p>
<p>Questa città non è sacra solo all’Induismo, ma ha un altissimo valore anche per il Buddhismo poiché nei suoi pressi sorge il complesso di Sarnath, in cui si trova l’albero sacro portato da Bodhgaya e sotto il quale il Buddha raggiunse il nirvana e fece il suo primo discorso.</p> <p><strong>2019 – Etiopia – Villaggio Borkoda (Surma)</strong></p> <p><strong>2023 –– India – Arunachal Pradesh – Tirap</strong></p>
<p>Nella regione del nord-est indiano vi sono otto stati membri della federazione indiana, a cavallo del Bangladesh, che sono collegati al resto dell’India da una sottile striscia di terra lunga 22 chilometri, chiamata corridoio di Siliguri o “collo di pollo”, facente parte del West Bengala: Assam, Arunachal Pradesh, Nagaland, Manipur, Mizoram, Tripura, Meghalaya e Sikkim.</p>
<p>Dal punto di vista etimologico, essendo il più orientale fra tutti gli stati indiani, all’Arunachal Pradesh fu assegnato un nome di scopo: infatti, arunachal in sanscrito significa “<em>terra dalle montagne illuminate dall'alba</em>”, mentre Pradesh significa semplicemente <em>stato</em>.</p>
<p>In questi territori dell’Arunachal Pradesh vivono molte minoranze etniche, preservate dall’isolamento nelle valli himalayane e nelle limitrofe foreste birmane di confine. Pur appartenendo geograficamente all’India, esse presentano una mescolanza di tratti somatici affini al ceppo mongolo e tibeto-birmano, con occhi a mandorla e carnagione chiara. Hanno ancor oggi uno stile di vita in stretto rapporto con gli elementi naturali in uno degli ultimi paradisi asiatici, tra montagne verdi piene di foreste e bambù, terrazze coltivate a riso baciate dal sole e gli affluenti himalayani del lunghissimo fiume Brahmaputra.</p>